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marinopaola
solo affrontando il rischio si capisce di essere ancora vivi e se lo siamo davvero, finché lo siamo ancora. Non è la fede a smuovere le montagne, temo, ma l’audacia sì.


IN TUTTE LE LIBRERIE IL SECONDO LIBRO DI PAOLA MARINO EDITO DA BESA-EDITRICE

 

1 aprile 2011
22 gennaio
ho messo via un bel pò di cose, ma non capisco mai perchè io non riesco a metter via TE!



permalink | inviato da Paola Marino il 1/4/2011 alle 22:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 marzo 2011
ancora
l’aria è trasparente e luminosa e la musica di sottofondo è rarefatta e i tuoi capelli e il tuo profilo che vorrei disegnare con il dito e non vedo più il colore dei tuoi occhi e no.la torretta è alle spalle.tu, no!



permalink | inviato da Paola Marino il 27/3/2011 alle 12:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
10 febbraio 2011
io

Scivolò -non senza fatica- tra quel che era e quel che sarebbe stato. Poi, indossò il suo vestito più bello, si truccò gli occhi, e salì sul palco della sua esistenza.
Sono il teatro dell'impossibile quando si avvera sulle scene. I piedi sul legno nudo, le mani di parole. Incorporea consistenza della carne. Sono il copione che è scritto nel sangue e recitato da vene fedeli ad un cuore che, come un lago, fa mistero del suo fondale.
Sono colei che vive, sempre e comunque. Nella somiglianza domino con orgoglio, facendomi veste di ogni tuo gesto




permalink | inviato da Paola Marino il 10/2/2011 alle 11:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
18 dicembre 2010
ode all'acquario

Sempre mi è dolce
quel pensiero filato di te
mentre colleziono bastoncini
appiccicosi di memoria.

Anche la giostra, ora
sembra girare controvoglia
quasi volesse trattenere
una corsa disconosciuta.

Che vengano dunque
i giorni delle foglie cadenti
tappeto, per il passo morbido
di un maldestro manovratore.




permalink | inviato da Paola Marino il 18/12/2010 alle 8:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
16 novembre 2010
le sfide non finiscono mai!

Il cuore del locale è lo SPAZIO OFF, un palco in legno su cui prendono vita le emozioni.
(il teatro, i libri, la poesia, la musica). Poi c’è il piccolo BiblioBar dove prendono vita focolai culturali da alimentare insieme a voi.

Paola




permalink | inviato da Paola Marino il 16/11/2010 alle 8:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
7 novembre 2010
per strada è un reato in villa no...................ripristino delle case chiuse?

 

Per le prostitute per strada il governo italiano tira fuori dal cilindro il reato di prostituzione.

 Berlusconi in persona ha annunciato che nel nuovo pacchetto sicurezza il governo ripropone quanto aveva tentato invano di approvare. Nel medesimo pacchetto disco verde al wi-fi liberp: il ministro dell'Interno Roberto Maroni dichiara superate le norme antiterrorismo che impediscono la diffusione degli hot-spot pubblici a internet senza fili: dal 1° gennaio non sarà più necessario schedare gli utenti. Non commettono reato  i tifosi violenti e quindi è stata reintrodotta la flagranza differita. E sarà possibile espellere anche i cittadini comunitari che commettono invece reato già al pensiero di entrare in Italia.

E’ il paese delle farse ormai infatti se non fosse una cosa terribilmente seria sarebbe da morir dal ridere mentre l’Italia e i giornali esteri (che non credo siano comunisti) sono invasi dai racconti delle prestazioni sessuali e delle tariffe (in alcuni casi fuori mercato) della prostituzione che frequenta gli ambienti di Palazzo Chigi e degli altri palazzi della cittadella politica, il governo approva un decreto in cui la trasforma in reato. In pieno conflitto di interessi si autodenunciano e si creano un reato contro se stessi? Quindi, giusto per essere chiari con la nazione, le ragazze dei giri di Berlusconi si chiamano escort, quelle per strada si chiamano prostitute e solo per queste ultime si prospetta il reato, chiosa la senatrice.  Questa nazione ancora una volta come un topo si fa abbindolare dal formaggio? O invece possiamo alzare questa testa e chiedere al ministro leghista dei miei stivali  cosa ci dice delle prostitute che lavorano nelle case di lusso? Per esempio quelle del capo comico?. Possiamo chiedere a questo  ministro dello stato come mai dimentica cosi spesso che quelle sulle strade spesso ci sono vittime del racket e degli sfruttatori e che in padania no, perché ormai si tutela solo chi lo ha duro, ma in Italia esiste una norma a tutela delle persone vittime del racket e degli sfruttatori solo che il governo non la applica.

 

 




permalink | inviato da Paola Marino il 7/11/2010 alle 9:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
31 ottobre 2010
abuso di potere

Esaminiamo la questione al netto degli aspetti da Decameron in versione Bagaglino. Lasciamo fuori le barzellette sui negri, le preferenze sessuali e gli altri antidoti - artificiali e non - scelti da un anziano signore per combattere la sua ossessione della vecchiaia e della morte: è questa, semmai, materia per un bravo terapeuta. Parliamo di istituzioni e di politica. Isoliamo un frammento dei fatti. Il 27 maggio scorso una minorenne di origine marocchina viene fermata dalla Questura di Milano perché sospettata di aver commesso un reato. Non è semplice la sua identificazione. Nel giro di pochi minuti qualcuno (chi, esattamente?) avvisa Silvio B. che l'adolescente è in difficoltà. Il presidente del Consiglio chiama il capo di gabinetto della Questura. Gli garantisce, il premier in persona, che la minorenne è «la nipote di Mubarak» (Marocco ed Egitto in fondo sono in Africa, chi può distinguerli?) e che non è opportuno trattenerla. Diventerebbe un caso diplomatico. Il funzionario della Questura obietta che esiste una procedura. Il premier esclude che la si debba seguire: propone invece di affidare la ragazza non identificata (ma lui garantisce: è la nipote di Mubarak, come dubitarne dunque?) alla sua igienista dentale eletta consigliera regionale della Lombardia, Nicole Minetti. La Pm di turno per il Tribunale dei minori ha nel frattempo disposto - il tempo passa, si è fatta notte - che la giovanissima venga accompagnata in una casa famiglia. Silvio B. chiama Nicole Minetti: chiedi che sia affidata a te e portala via, le dice. Così accade.


Ora. E' evidente a chiunque che Berlusconi ha mentito ad un funzionario di polizia e che nel farlo ha commesso un abuso di potere utilizzando la carica che ricopre a fini personali. Certo, non è la prima volta né la più grave. Oggi parliamo di questa. Persino Bossi conviene che "il governo non può telefonare alla polizia". L'opposizione, Bersani in testa, chiede le dimissioni. La presidente di Confindustria domanda che "la politica ritrovi il senso di dignità delle istituzioni". A destra i finiani restano in attesa del momento giusto per tirarsi indietro, non vorrebbero che fosse Ruby il casus belli e non avranno molto da attendere: il dibattito sullo scudo è alle porte. Il pallino però, lo dicevamo ieri, è ora in mano alla Lega. All'insofferenza di Bossi per la graticola su cui B. tiene l'alleanza (e alla prospettiva di un governo di "salvezza nazionale", che lo atterrisce) si aggiunge un elemento concreto: mercoledì il ministro Maroni dovrà riferire in Parlamento del caso. E' un passaggio chiave. Sapremo, mercoledì, se la Lega si associa e si fa complice dell'abuso di potere oppure no. L'elettorato leghista è ansioso di sapere, noi anche.


Il Papa dice ai giovani - proprio oggi, che combinazione - che "l'amore non è merce di scambio". L'aria che tira nel mondo cattolico è pessima. A destra soffia come un vento. Gianni Letta è il più preoccupato di tutti: il suono delle campane vaticane lo conosce benissimo. L'invisibile ministro Rotondi ha dato fiato al pensiero dei suoi colleghi: «Finisse anche domani il governo, tratterrei il grande onore di aver collaborato con un uomo onesto, pulito e carico di profondi valori morali: questo è Silvio Berlusconi». E' la prima parte quella eloquente: finisse anche domani.
(Concita De Gregori- L'Unità 31/10/2010)




permalink | inviato da Paola Marino il 31/10/2010 alle 8:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
24 ottobre 2010
IL RUOLO PERDUTO

 

 

Eravamo un paese generoso, altruista, solidale. Oggi siamo il paese di quelli che si fanno fotografare ad Avetrana davanti alla casa dov'è stata assassinata una ragazza di quindici anni, o di quelli che si scansano di fronte a una donna colpita a morte nella metropolitana di Roma. Oggi l'Italia  mostra un volto che dà ansia.  Non si può  più vivere senza valori. E non bisogna rassegnarsi  mai all'idea che gli unici valori per un paese come il nostro fossero quelli racchiusi nelle ideologie del Novecento. Un paese senza valori è una scatola vuota, un mondo di passioni tristi, una competizione senza regole. Ed è questo che si è voluto. In tutti questi anni si è fatto man bassa dei valori.  La vita di tutti noi è dominata dalla paura. Paura di qualsiasi cosa. Paura di malattie misteriose. Paura della tecnologia. Dello sviluppo. Della crescita. Soprattutto, paura dell'altro.
la paura è figlia  dell'insicurezza sociale, di un mondo senza garanzie, di ragazzi che crescono avendo timore del futuro e non voglia di futuro.
Tutti hanno responsabilità in questo. Tutti hanno pensato che i valori fossero roba buona per i poeti e i visionari, e non ossigeno per la convivenza comune. C'è una crisi dei partiti, che parlano solo di se stessi. C'è una spaventosa crisi della scuola, che non riesce a interpretare i bisogni di una generazione figlia di una società frantumata. C'è una crisi terribile della Chiesa: quando ho sentito dire per giustificare Berlusconi da parte di un uomo di Chiesa che anche le bestemmie vanno contestualizzate, ho pensato che forse il processo di secolarizzazione è andato oltre i confini immaginabili. Un paese è anche figlio della sua storia. La rimozione del valore della Resistenza, ormai messa sullo stesso piano di chi aveva continuato l'avventura del fascismo, così come le difficoltà a riconoscere il valore fondativo del Risorgimento e dell'unità d’Italia, raccontano un altro degli elementi di questa cancellazione dei valori.

A me non interessa tanto il punto di vista politico perchè il pluralismo politico è necessario. Mi interessa la qualità culturale. Oggi la tv è una specie di format universale: tutti i programmi sono uguali. Andiamo verso un mondo di città fatte di centri commerciali, di case piene di mobili Ikea, di tv monopolizzate da Grandi Fratelli, di strade percorse da persone con l'iPad in mano. Un mondo terribilmente uniforme e omogeneo, che tende a cancellare tutti gli elementi di diversità. Ci sono stati momenti nei quali la tv pubblica ha saputo accompagnare il paese nella sua crescita, non assecondarlo nei suoi difetti.
Forse dovremo iniziare a pensare di  accentuare gli elementi di autogoverno e di responsabilizzazione, anche il federalismo può diventare uno strumento utile. Ma nella dimensione culturale in cui viene pensato dalla Lega, finisce per rafforzare le burocrazie e gli elementi di pesantezza, di lentezza. Invece occorre aumentare lo spazio della sussidiarietà e della società civile e soprattutto la politica deve ritrarsi dagli spazi  invasi, e riaffermare orgogliosamente un ruolo di guida che ha perduto. (Ancora una volta Walter Veltroni coglie nel segno).




permalink | inviato da Paola Marino il 24/10/2010 alle 10:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
23 ottobre 2010
Il mio paese (non) inventato

Cosa avete fatto in questa settimana che rimarrà nella storia come il famigerato '29?

Esiste un libro della Allende, si intitola "Il mio paese inventato"...e vorrei tanto che tutte le cose di sequito elencate fossero nel MIO paese inventato. Ad esempio:
1) ancora la modalità dei decreti leggi per avvallare decisioni abusando di questo strumento e travalicando la discussione politica: al di là dei contenuti, è il modus che è orripilante.
2) i ministri non possono andare a certe trasmissioni, mentre in altre son ben invitati a cantare, a chiaccherare etc etc
3) il presidente del consiglio non vuole dialogare con l'opposizione
4) i cori fascisti durante una partita della nazionale
5) privatizzazione delle università e quindi delle culture, sfacelo delle scuole pubbliche...altro che maestro unico, questo è il PENSIERO unico
6) prevedere un esame di dialetto e conoscenza delle usanze tipiche del nord per chi intende lavorarvi emigrando dal sud
7) chiusura delle scuole sulle piccole isole ( ma come cazzo fanno i bambini di Alicudi a frequentare la scuola se d'inverno là anche il cibo viene portato in elicottero???)
8) la legalità dell'informazione va a farsi benedire ( vedi commissione di vigilanza rai)
9) Opposizione e sindacati sempre più divisi e sempre meno incisivi



Sommando solo gli addendi di questi punti, quel che ne viene fuori non è un paese democratico e purtroppo non è il mio paese inventato, ma il mio paese.

 




permalink | inviato da Paola Marino il 23/10/2010 alle 8:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
8 maggio 2010
La classe operaia e il paradiso perduto

 

 

 
 

E' uno degli intellettuali italiani più attenti ai problemi dell'occupazione. Professore emerito di Sociologia industriale alla Sapienza di Roma, ha da sempre concentrato le sue ricerche e i suoi studi sui mutamenti di condizione e di senso del lavoro, soprattutto quello dipendente. Con ‘Nuovi italiani' Aris Accornero  analizza il difficile momento  del lavoro italiano, in tutti i campi.

Professor Accornero, la crisi economica dovrebbe portare il tema del lavoro al centro dell'agenda politica italiana. Le sembra che questo sia avvenuto?
No, non mi pare proprio. Quello del lavoro è un tema trascurato da tempo. L'unico effetto ‘positivo' di questa bruttissima crisi, causata dalle follie della finanza americana, è che sembra avere risvegliato la politica dal suo torpore. Negli ultimi anni, in rapporto al mondo delle imprese, il lavoro e il suo mondo hanno infatti subito un generale e progressivo indebolimento. Di questo, finalmente, comincia a esserci una certa consapevolezza. Il dramma però è che la crisi comincia soltanto adesso a mostrare tutta la sua gravità, proprio in tema di occupazione. Dopo la crisi svalutazione della lira del 1992-1993 - crisi tutta italiana - abbiamo impiegato quasi dieci anni a recuperare i 750 mila posti di lavoro che si persero. Oggi purtroppo, anche a non essere pessimisti a oltranza, c'è una situazione analoga: basti pensare che nel Nord-Est soltanto il 10% degli imprenditori pensa di tornare ad assumere. La situazione fa pensare dunque a un disastro sociale strisciante. E di questa situazione la politica ha una bella fetta di responsabilità (e un po' anche i sindacati). Un esempio? Si veda quanto poco il tema del lavoro è stato presente nella recente campagna elettorale.

Partiamo dalla politica allora. Cosa ha fatto di buono finora il governo in questo settore, ammesso e non concesso che abbia fatto qualcosa?
Mettiamola così: non è che il governo non abbia fatto nulla. Però ha fatto soltanto il minimo indispensabile. Nel 2007 il centrosinistra al governo, grazie all'allora ministro Damiano, aveva avviato una riforma degli ammortizzatori sociali che introduceva nel mercato del lavoro una revisione delle tutele per eliminare ingiustizie e sprechi. Oggi la crisi fa pensare che sarebbe appunto proprio questo il momento di ripensare tutto l'armamentario di provvidenze che vanno dalla cassa integrazione ai sussidi di disoccupazione. Tutte cose già messe in cantiere con il voto del Parlamento e l'assenso dei sindacati. Il governo invece le ha voluto deliberatamente ignorare. Un errore grave. Tremonti e Sacconi si sono limitati a estendere gli attuali benefici, così come sono, ad alcune categorie e settori. Un po' di soldi spesi in più, ma in un disordine complessivo che alla lunga scontenta, come ha dimostrato la delusione dei lavoratori para-subordinati, e che finanziariamente non sembra poter reggere.

E l'opposizione?
C'è stata molta protesta e poca proposta. Il tema centrale della riforma Damiano, fare giustizia di alcune inaccettabili storture modernizzando le tutele di tutti i lavoratori dipendenti e para-autonomi, non è stato minimamente sostenuto. La sinistra ha molto battuto sul tasto dei salari, e questo ci voleva. Oggi però il problema è proprio che il mondo del lavoro conta di meno non soltanto in termini di salari ma di poteri e di immagine. Finirà che dall'anno prossimo i negozi resteranno aperti anche il 1° Maggio... Se si vogliono riconquistare gli operai, bisogna che il ruolo e il peso del lavoro siano davvero il perno di un'azione strategica.

Che ne pensa della proposta Ichino sul Contratto unico?
Viviamo nell'insicurezza del posto, c'è poco lavoro, ci sono molti lavori che durano troppo poco, e come se non bastasse durano meno anche quelli a tempo indeterminato. Il contratto unico è stato ideato per convincere gli imprenditori a tenersi quelli che assumono, con la facoltà nei primi anni di licenziarli con un esborso. A me sembra che, così com'è stato proposto, questo strumento non offra sufficienti garanzie, a cominciare dalla soppressione dei rapporti di lavoro precari per definizione, che sono molti, troppi, e infatti l'Italia è il Paese che ne ha di più. Non credo che gli imprenditori, e soprattutto Sacconi, intendano farne a meno: il ministro ha addirittura ripristinato una modalità che il suo predecessore aveva cassato... La situazione è tale che perfino chi ha un contratto stabile teme la precarietà: ecco gli effetti del post-fordismo, vistosi già a partire dagli indicatori di nascita e mortalità delle imprese. La debolezza del lavoro e di chi lavora è il vero problema che deve affrontare chiunque voglia adoperarsi per migliorare lo stato delle cose.

Ma come è avvenuto che il lavoro sia arrivato al terzo millennio così indebolito?
Determinante è stato il mutamento nella struttura delle imprese, vistosissimo nella sua fisicità ma mai discusso e affrontato male e tardi. Il post-fordismo ha destrutturato i luoghi e i modi del lavoro. Faccio solo un esempio: 30 anni fa le aziende con oltre 500 addetti davano lavoro ad oltre il 40 per cento degli occupati, mentre oggi questa stessa percentuale è coperta dalle imprese con meno di 10 addetti, che in Italia sono il 95 per cento del totale. Questo drastico ridimensionamento, frutto di dispersione e al tempo stesso di diffusione del tessuto produttivo, non è un mero fatto statistico poiché descrive una immane trasmigrazione sociale, che ha mutato i rapporti del lavoro con l'im­presa e con il territorio. E se è vero che le imprese medie e piccole, così come i distretti industriali, ci fanno reggere la competizione internazionale, è anche vero che questa frantumazione ha indebolito il lavoro poiché ha marginalizzato le sue cattedrali. Quelle grandi concentrazioni erano non soltanto un simbolo ma anche una leva di potere per i sindacati, non foss'altro per la facilità con cui i lavoratori potevano essere fisicamente raggiunti. Oggi i lavoratori sono distribuiti su una struttura aziendale parcellizzata che contribuisce anch'essa, e non poco, all'indebolimento del lavoro.

Rimpianti per una classe operaia che non c'è più?
Non è questione di rimpianti. La "classe operaia" si basava innanzitutto e soprattutto su una struttura fisica che favoriva l'inveramento del soggetto attraverso la sua rappresentanza. Faccio una provocazione: se 50 anni fa avessimo già avuto il modello produttivo di oggi, nemmeno Togliatti e Di Vittorio sarebbero bastati a far contare di più i lavoratori italiani. Questa nuova struttura materiale del lavoro può essere rappresentata e difesa adeguatamente soltanto da organizzazioni molto più articolate, mentre invece i sindacati si stanno sempre più accorpando: oggi i tessili stanno insieme ai chimici e agli elettrici... E' chiaro che i sindacati hanno una differente visione strategica. Sento tante sofisticate spiegazioni culturali sulla "crisi della rappresentanza sindacale", ma se non si parte da qui ogni ragionamento diventa astratto...

...Come la stessa rappresentanza politica...
Per anni è stato ignorato il processo sotterraneo di mutamento nel peso e nell'importanza degli operai e del lavoro nella società. Mentre si difendevano strenuamente le grandi imprese, non si osservavano con attenzione le tante piccole nelle quali andavano a finire i lavoratori usciti dalle grandi (e alcuni diventati loro stessi imprenditori). E adesso ce n'è tanti, tantissimi che non lavoreranno mai in una grande impresa, e che magari lavoreranno sempre in una piccola. Dove non è facile rappresentare i lavoratori, e diventa impossibile quand'è troppo piccola. Così è anche più difficile tutelare il lavoro, per cui - ad esempio - l'organizzazione dovrebbe seguire le filiere produttive, le catene del valore. Certo non ci sono soluzioni certe, perché questi processi hanno una notevole complessità. Ma un sindacato moderno deve confrontarsi con queste realtà, e dovrebbe saperle gestire.

A proposito di sindacati moderni, l'unità sindacale sembra diventato un tema di cui nessuno parla più.
Voglio essere sincero. Mi chiedo se la situazione non fosse migliore nei primi anni Settanta, quando l'unità sindacale sembrava vicina. Eppure non ci sono più i due grandi partiti che allora riluttavano all'idea, e succede addirittura che i tre maggiori leader militino nello stesso partito. Forse l'osta­colo vero non era la politica dei partiti. Forse le differenze interne pesavano troppo. Il fatto è che se non si fanno vere rinunce e veri scambi fra culture, l'unità sindacale resta un obiettivo irraggiungibile anche in senso organizzativo. Mentalità e valori, soprattutto tra Cgil e Cisl, sembrano ancora troppo diversi. L'unica strada da perseguire è una vera e ritrovata unità di azione. Per ora mi accontenterei.




permalink | inviato da Paola Marino il 8/5/2010 alle 19:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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